Alla fine, i conti tornano, a quanto pare. Il duro lavoro paga. Evidentemente, Lucky Genziano sentiva sul collo il mio fiato fin troppo fresco, senza sigari e bourbon, e ha deciso di trattare. Questo maledetto boyscout che continua a chiamarmi ciccione con un candore francamente irritante mi ha preso per mano e mi ha trascinato fino a questo posto bianco come i denti dei tizi della pubblicità del dentifricio ai licheni artici. Mi ha lasciato qui, poi si è portato due dita alla fronte in segno di saluto, mi ha detto “Ciao, signore grasso” e se ne è andato. Mastico amaro ma, per l’ennesima volta, entro e mi trovo di fronte a una teoria di bottiglie dall’etichetta ingannevole. Sotto gli scaffali, un uomo mi fissa, con uno sguardo che oserei definire compassionevole.
“Lucky Genziano, suppongo”.
“Supponi bene, Johnny”.
“E suppongo anche che tutte quelle bottiglie…”
“…sono piene di genziana. Sì”.
“Sono bravo a supporre”.
“Se la cosa ti fa piacere…”
Con la coda dell’occhio, faccio il giro della stanza e cerco di capire se c’è qualcuno pronto a farmi la pelle ma lui mi legge nel pensiero e mi rassicura.”Non c’è nessuno Johnny. Siamo soli. Tu, io e le tue fissazioni su questo cartello”.
Quell’atteggiamento mi fa saltare i nervi. “Il cartello, Lucky! Dimmi tutto sul cartello”.
Lui sorride. “Johnny…”
“Sì”, ansimo io.
“Ma che minchia dici? Non esiste il cartello. Vuoi sapere perché non ci sono…”
“…né whisky, né altri amari, né un dito di Martini? Beh, sì”, agito la testa in stile Bronx, “sì, vorrei proprio saperlo”.
Lui sospira. “Perché ci piace la genziana. Prendi questa, Infusi dall’Eremo, per esempio. Si ispira alla tradizione del monachesimo abruzzese. Negli eremi c’erano le erboristerie e le erboristerie preparavano cose che facevano bene alla gente. Come questa genziana, ottenuta dall’infusione in vino Trebbiano d’Abruzzo delle radici della Ghentiana Lutea, che oltretutto assicura una pronta digestione contro i disturbi causati da eccessi alimentari. Forse ne avresti bisogno anche tu…”
Non rispondo perché so che ha ragione.
“Insomma, è buona e fa anche bene. Ma di che altro abbiamo bisogno?”
“Ah sì?”, mi rianimo. “E allora perché Rocco mi ha mandato dalla tua pupa?”
“Perché non la sopporta dai tempi delle elementari, quando non gli passava i compiti in classe, e visto che tu eri particolarmente seccante, ha pensato di usarti per rompere le palle a lei”.
“E perché l’hai fatta fuori?”
“Ma chi?”
“La tua pupa. La compagna di classe di Rocco”.
“Te ne sei andato troppo presto. La ragazza ha piccoli problemi di catalessi. Ora sta benone”.
“E il fiore in bocca?”
“Aveva mangiato troppo e ha preso alla lettera la questione delle proprietà digestive della genziana, strafogandosi di fiori. Gliene sarà rimasto uno incastrato tra i denti”.
Esausto, gli faccio l’ultima domanda. “E questo cartello della genziana?”
“Johnny, non sai cosa si inventa la gente, al giorno d’oggi. Sarà stato il call center di qualche industria. Tra qualche giorno, ti richiameranno per dirti che hai vinto un frullatore”.
Rimango in silenzio.
“Alla salute, Johnny. E rilassati con questo”, mi dice, facendomi scivolare un pacco di sigari fino alla mano.
CONTINUA –