GENZIANA CONFIDENTIAL

Trovare Rocco Lanciano non è stato difficile. Tutti sanno che quel pugile suonato se ne sta sempre in un angolo, come quella volta sul ring, quando si è venduto per quattro soldi e un favore a Lucky Genziano, che sul suo sfidante rachitico aveva puntato una barca di quattrini. La gente non fa che offrirgli da bere per aiutarlo a dimenticare, senza sapere che la memoria di Rocco è già sepolta da tutti i cazzotti che ha preso nel corso della sua breve carriera. Ma lui ringrazia e incassa. Ovviamente. Insomma, non ci sarebbe bisogno e invece continuano a riempirgli il bicchiere. E nel bicchiere c’è sempre, immancabilmente, genziana. È il motivo per cui sono qui. In questa città non si è mai visto un goccio di whisky, un dito di Martini, un’ombra di un qualsiasi amaro che non sia, per l’appunto, genziana. Quindi, un giorno, mi arriva questa telefonata da un rappresentante di liquori, intermediario di una non meglio precisata società, che mi dice “sei tu, Johnny Poltrona?”. E io, “in molta carne, il numero necessario di ossa e un mozzicone di sigaro che mi pende dalle labbra. Ma se mi vuoi vendere qualcosa, sappi che non ho un soldo”.
“Questo lo so”, mi fa.
“Ah”.
“Johnny, abbiamo un lavoro per te”.
“Questo mi piace”. E insomma, mi parla di questo posto, del cartello della genziana che impedisce alla gente onesta, come la definisce lui, di fare affari trasparenti, dice sempre lui, e alla gente con la gola secca di provare qualcosa di diverso. Io dico “Ok, cosa devo fare?”
“Non hai capito?”
“No”.
“Forse non sei la persona giusta”.
“Non sei il primo che lo dice”.
“Cerca Lucky Genziano, porta alla luce questo cartello e avrai quello che ti spetta”.
Ed eccomi qua, davanti alla mia pista numero uno. Il pugile che ha un conto in sospeso con il boss della genziana, uno che vuole cantare come al Festival della Canzone Italiana, uno che…
“Io non dico niente”.
“Come?”
“Non dico niente. Non parlo. Sto bene così, grazie”.
“Vedo che bevi genziana”.
“No, non è solo genziana. È Iannamico, Cuvée Francesco. Non so se mi spiego.”
“In effetti, no”.
Fa un cenno a un tizio, che mi riempie un bicchiere e, mentre appoggio le labbra al bordo, lui mi dice “radici in macerazione 40 giorni, Pecorino IGT abruzzese…”
“Ora basta, Rocco”, gli faccio, “raccogli i neuroni e dimmi cosa sai del cartello della genziana”.
“L’unico cartello che conosco è quello che dovrebbe indicarti l’uscita”.
Lo guardo. Lui mi guarda. Ci guardiamo.
“Mi dicono che eri bravo”, gli faccio. “A tirare pugni, dico”.
“Facevo schifo”.
A quel punto, mi alzo e mi dirigo verso la porta. Sto per uscire, quando Rocco mi urla “Cerca la pupa di Lucky”.
CONTINUA –
Mi piacciono le femmine. Mi sono sempre piaciute, non posso farci niente. È per questo che ho scelto di fare l’investigatore privato. Per guardarle sempre come persone che possono piantarti un coltello nella schiena, da un momento all’altro. Per stare alla larga, insomma.
Ora, però, quel bell’esemplare mi fissa. Fissa proprio me, con quelle canne di fucile che sono i suoi occhi. Mi sono un po’ appesantito ma ancora ho i miei numeri. Non è così strano. Mastico il mio sigaro spezzato e lei lo segue. Lo vedo che lo segue. A quel punto, mi faccio avanti e le chiedo cosa beve. Lei mi dice che non è di questo che dobbiamo parlare, e che comunque stava guardando alle mie spalle, ma io sorrido e le dico “non avrai un’altra chance con Johnny Poltrona, lui ti offre da bere solo una volta”. Lei non sembra impressionata, dice che sta già bevendo, in caso non l’avessi notato. Ed è lì che capisco.
“Sei la pupa di Lucky”.
“Chi lo vuole sapere?”
“Te l’ho detto. Johnny Poltrona”.
“Chi?”
“Johnny…”
“Sì, ho capito ma chi sei?”
Sbuffo come faccio di solito quando mi pregusto la sorpresa di chi mi sta di fronte e lascio scivolare il biglietto sul tavolo.
“C’è un errore di battitura”, fa lei.
“Dove?”
“C’è scritto Investigato Privatore”.
Maledetto tipografo. “Sì, è una formula che uso per distinguermi dai pivelli”.
“Ok, Johnny, siediti”.
Mi siedo.
“Più vicino”.
“Ok”.
“Più vicino”.
Mi sussurra all’orecchio “Lo sai, Johnny, perché questa cosa che sto bevendo, questa Scuppoz, si chiama ‘Genziana delle Pecore’?”
Deglutisco e faccio no con la testa.
“Perché i pastori si erano accorti che le pecore leccavano”, qui calca, ” le piante di genziana. Sai… per digerire meglio”.
“Ok”.
“Dentro ci sono tre radici di genziana”, mi passa quelle dita affilate sul petto, toccando tre bottoni e facendoli saltare con le unghie. “E il vino bianco estrae tutti i profumi della radice”, sussurra. “Creando un distillato dal sapore articolato e…”, con un palmo segue la mia pancia, leggermente pronunciata, “…rotondo”.
A un tratto, è buio. Quando le luci si riaccendono, la ragazza è scomparsa. Nel senso che è morta, pace all’anima sua. E tutti guardano me, come se l’avessi fatta fuori io.
Mi abbasso.
Tra i denti ha un fiore di genziana.
CONTINUA –
Non riuscivo a dormire. Continuavo a pensare alla pupa di Lucky e al suo tuffo da punteggio netto sul pavimento, all’occhio vitreo di Rocco e al fiore in bocca. La sensazione che il cartello della genziana stesse cercando di incastrarmi si faceva strada nell’ipotalamo come un autoarticolato e mi impediva di chiudere queste tende di velluto fonoassorbente che sono le mie palpebre. Quindi, mi sono alzato e ho cominciato a vagare per vicoli tutti uguali, sentendomi le pupille dei muri addosso, con il battito di ciglia del vento che continua a spegnermi il mozzicone di sigaro e una pioggia sottile che mette alla prova la resistenza del mio vecchio impermeabile.
In questa notte che sembra fatta per le anime solitarie e gli sconfitti, le vetrine dei bar sono isole, contenitori ermeticamente chiusi per conservare il calore e l’illusione che vada tutto bene, che il marcio, se c’è, resta fuori, battuto da spilli d’acqua e spifferi gelati.
Mi fermo di fronte a un locale, rigirandomi il sigaro tra le labbra e mi pare che niente possa turbare la serena indifferenza di chi sta dentro, come quella ragazza, che sorride aspettando qualcuno, ignara del fatto che quello che beve è probabilmente il frutto del lavoro di un’organizzazione loschissima. “Povera piccola”, mi dico. “Povera piccola”, ripeto, stavolta a voce un po’ più alta.
“Ma povera…perché?”, risponde la voce di un uomo, che è improvvisamente comparso al mio fianco e si illumina il volto con un fiammifero, che poi usa per incendiare la punta di una sigaretta. “Se io stessi bevendo quella roba, starei molto meglio”, continua strofinandosi le mani per accendere il suo fuoco interiore.
Metto la bottiglia nel mirino e gli domando cosa sia, allungandogli una banconota. Lui è sorpreso ma non rifiuta e dice che quella è Quarantuno Punto Sette, della Distilleria…
“Clandestina!”, esclamo io.
“Macché clandestina. Della Distilleria Jannamico e Figli. Il primo distillato di radici di genziana orgogliosamente prodotto in Abruzzo. Ci sanno fare, quei tipi. Hanno tirato fuori la quintessenza della materia. È un po’ che ci avevo messo gli occhi addosso ma sono sempre al verde”. Poi si stacca da me, mi lancia la confezione di fiammiferi e apre la porta del bar. “La fortuna gira, però. Grazie, amico”. E sventolando la banconota, entra. Lo seguo con lo sguardo andare al bancone e diventare complice del cartello. Con i miei soldi. Sovrappensiero, sollevo la confezione di fiammiferi per accendere ciò che resta del mio sigaro. È vuota, dannazione. Ma nell’interno c’è un indirizzo. L’indirizzo di un vecchio pub irlandese.
CONTINUA –
Seguendo i miei pensieri, arrivo in un angiporto piuttosto equivoco, di quelli con il fumo che esce dai tombini in stile New York. Il sottosuolo deve ribollire di segreti indicibili e io sono qui per scoperchiarli come pentole sul fuoco. Dei tizi barcollanti mi colpiscono – involontariamente, voglio sperare – con la spalla e proseguono verso il fondo della strada, scambiano qualche parola con una figura che staziona davanti a una scala di ferro, spingono la porta alla sua sommità e scompaiono, inghiottiti dal putrido ignoto. A quel punto, nel vicolo, ci siamo solo io e la figura, che mi guarda per un istante da lontano e poi si siede, mentre io mi riaccendo il mozzicone in quest’atmosfera da western all’italiana. Mi faccio avanti, fino a che la mia ombra non è esattamente sopra il ragazzo, che ha un cappello appoggiato sulla testa colorata.
“Che hai fatto ai capelli?”, gli chiedo?
“Li ho tinti. Io che li ho”, dice lui, con una smorfia e alludendo al mio piccolo problema di calvizie, “io che li ho, posso permettermelo”.
Incasso ma non mollo. “E proprio di quel colore, dovevi tingerli? Arancione come una tristissima carota bollita?”
“Non è arancione”, replica, facendo roteare il liquido che sta dentro un bicchiere. “È color genziana”.
È una provocazione bella e buona. Voglio vedere dove vuole arrivare. “Come la genziana che ti stai bevendo, eh?”
“Non è genziana”, risponde, colpendo col suo sguardo la mia grossa palla da biliardo. La mia faccia, intendo.
“Ah no?”
“No”.
“E cos’è?”
“Genthiana Le Torri della Distilleria Jannamico e Figli”.
Ancora loro, mastico io.
“Diciamo che è la versione deluxe, a base d’infuso di radice di Gentiana Lutea montana di prima scelta e Vino Pecorino Terre di Chieti IGT. Roba di un certo livello. Ma che te lo dico a fare?”
“Bando alle ciance”, dico. “Fammi entrare”.
“Non se ne parla”, mi risponde, senza nemmeno degnarmi del proverbiale sguardo che non si nega a nessuno. “Questo è un locale di classe”.
Mi ha davvero seccato, quindi faccio per scavalcarlo e lui, con un cenno, mi indica un paio di figure alla fine della via che mi sembrano davvero sagome di poliziotti. Tira una brutta aria. Meglio smammare. “Ma ci rivedremo, pel di genziana”.
“Non vedo l’ora”, fa lui, col più plastico dei sorrisi beffardi. “Ma è Genthiana. Genthiana”.
CONTINUA –
Dopo che la pupa di Lucky si è stesa a terra come un tappeto persiano, gli sbirri mi stanno addosso. Come se non avessi già abbastanza problemi. Come se  il mio mezzo sigaro non fosse ormai un ammasso di foglie secche da masticare e rimasticare e oggi non ci fosse l’ombra di un tabaccaio aperto. Entro in un bar e, senza pensarci, chiedo un bourbon.
“Con ghiaccio”, aggiungo.
“No”.
“Come?”
“Niente bourbon. Solo ghiaccio”.
Me ne ero scordato. Niente whisky, niente bourbon, niente Martini. Solo genziana. E neanche un sigaro. È in quel momento che mi volto e lo vedo. Quel vecchio dai capelli bianchi, coi baffi ingialliti, si sta divorando un libro e si rigira il sigaro tra le labbra. Alza gli occhi, mi guarda distrattamente, e poi li riabbassa. Fa finta di niente ma l’ho riconosciuto. È Al Cianchetta, detto Arrosticino, il vecchio capo della banda del Muflone, che dopo una vita spesa nel contrabbando della carne di pecora si è ritirato a vita privata.
Forse si accorge che lo sto fissando, perché, a un certo punto, senza sollevare quelle lenti scure dalle pagine, dice “Sai cosa mi piace dei libri?”
Non faccio nemmeno in tempo ad aprire bocca che si risponde da solo. “Che non ti guardano a meno che tu non li guardi”.
Prendo una sedia, la giro e mi accomodo, con le braccia appoggiate allo schienale. “Come te la passi, Arrosticino?”
Lui non replica. Ma io so che lui sa e anche se non sapesse, ne saprebbe comunque più di me, che brancolo nel proverbiale buio. E non ho nemmeno un sigaro da masticare. Davanti a me, una bottiglia con impresse in bella vista le lettere GNZ. Comincio a capire. È un codice. GNZ. E poi quel numero, 7579. Cosa vuoi dirmi, Al?, penso.
“So cosa stai pensando, Johnny”.
“Cosa sto pensando, Al?”
“Che vorresti un sigaro e un sorso di questa genziana. E hai ragione. Perché è una genziana artigianale, con le migliori radici in vino pecorino IGP”.
“Certo…È esattamente questo”.
“Beh, il sigaro non te lo dò. E quanto alla genziana, serviti pure”.
Sorrido. Amaro come il retrogusto di quella cosa che mi sta offrendo. Mi alzo e me ne vado. Ma ormai è una cosa personale. Come può un detective, un investigatore privato, andare avanti senza bourbon?
CONTINUA –
Una soffiata mi porta in questa specie di scantinato, dove una ragazza sta pulendo i tavoli prima della serata. Mi vede entrare ma fa finta di niente. Continua a spruzzare sgrassatore e a passare la spugna.
Mi guardo intorno e mi sento a casa, perché tutto sembra un po’ casuale. Gran gusto. Estraggo il mio blocchetto e dico “Scusa, piccola, posso farti qualche domanda?”
Lei appoggia lo sgrassatore, ruota su una mano e mi guarda. “Se mi chiami ancora piccola, ti spacco quella bottiglia in testa”. Indica, neanche a dirlo, una bottiglia di cui mi sembra di riconoscere il contenuto.
“Fammi indovinare: genziana”.
“Mhm…devi essere un investigatore privato”.
Qui, lo ammetto, mi emoziono un po’ .”Aspetta”, le dico. “Parliamo un attimo di questa cosa. Davvero si vede? Cos’è che te lo ha fatto capire? L’impermeabile?”
Si avvicina al bancone e mi guarda sconcertata.
“O forse è il sigaro? Il modo in cui lo muovo. Perché ci ho lavorato moltissimo”.
Non risponde.
“No, no, aspetta, ho capito. È il tono in cui ho detto ‘piccola’, vero?”
Blocca tutto con quello sguardo che è una mannaia affilata sui miei sogni di gloria.
“Stavo. Scherzando. Ero. Ironica”, e schiocca le dita. “E poi, un blocchetto per gli appunti? Sul serio? Non ce l’hai un tablet?”
“Cosa?”
“Un tablet. Un device. Un dispositivo…”
“Io…”, cerco di uscire da quel tunnel tecnologico e incrocio con gli occhi il frigorifero con la scritta ‘birre’. “Di’, un po’, piccola…”
“Te la spacco…”
“Scusa, hai ragione. Di’ un po’, come mai avete delle birre qua dentro?”
“Quelle? Sono lattine di genziana”.
“C’è scritto birra”.
“Ma dentro c’è la genziana”.
Scoratissimo, rimetto il blocco degli appunti in tasca e chiedo un bicchiere di quello ZIRE’. Lei cambia atteggiamento, si addolcisce, mi dice che, quando lo beve, ripensa ai posti in cui è nata, ai sentieri selvaggi di montagna, al contrasto tra la durezza della roccia e i morbidi paesaggi dell’Appennino. Mentre la assaggio, penso che abbia ragione. Credo che abbiamo stabilito una certa connessione. È il momento giusto per riprovarci.
“Senti, piccola…”
Poi non ricordo più niente.
CONTINUA –
Bisogna ammetterlo: le ragazze di questo posto hanno una certa scorza, ti lasciano un ricordo ben impresso in testa. Nel caso specifico, una bottigliata sulla nuca. Quando mi sono ripreso, ho cercato di rimettere insieme i pezzi della mia indagine sul cartello della genziana, camminando per strada e raccogliendo quei pochi pensieri che la carezza di vetro di quella bambola non aveva cancellato. Dunque, Rocco Lanciano, pugile a suo dire negato, va al tappeto sotto le luci dei riflettori e da quel momento viene sedato a litri di genziana, praticamente gli cuciono la bocca con una radice e non vuole parlare ma, come un gancio a tradimento, mi scarica addosso la dritta della pupa di Lucky Genziano, che, proprio quando sta per cantare, si spiaggia a terra come una balena, arpionata da non so quale Acab della situazione. Forse c’era una tresca tra lei e Rocco, meditavano di rilevare il cartello e Lucky non l’ha presa bene. Fatto sta che in bocca aveva un fiore di genziana. Una firma, è evidente. E da quel momento gli sbirri corrotti della città mi stanno addosso. Me li sento alle spalle. Come quando mi sono seduto davanti ad Al Cianchetta, ex boss della banda del Muflone, con una bocca più cucita di una toppa sulle chiappe, e quando la bambola di cui sopra mi ha marchiato col suo temperamento. Insomma, non ci ho capito niente.
Entro nel primo locale che incrocio su questo filo di ragionamenti senza una soluzione ed ecco che trovo ad aspettarmi un bicchiere abbondante di liquore. La vista mi gioca uno strano scherzo e tutto perde colore, tranne quel bicchiere e la bottiglia che gli sta a fianco. Sento una voce. È una donna che mi dice: “Da parte di Lucky”.
“Questa cosa mi ricorda il torrone”, le rispondo, facendo roteare il liquido sotto alle narici. Mai fidarsi.
“Certo”, fa lei, ravviandosi i capelli, “è dolcificato con miele di Sulla, lo stesso dei torroni”.
Leggo il marchio Piretti e mi ricordo il Natale da mia nonna, anche se quel torrone mio padre me lo faceva assaggiare soprattutto sul fondoschiena. Col senno di poi, posso dire che me lo meritavo.
“Sai, Johnny”, continua lei, facendo roteare con un dito il mappamondo che sta sul tavolo, “questa roba ha fatto il giro del pianeta, perché smorza l’amaro della radice e ha un bouquet di aromi decisamente ricco. Anche tu dovresti prenderti una pausa e farti un bel viaggetto. Perché non qui, per esempio?”. E ferma il mappamondo, quella grossa palla dei desideri, sull’oceano indiano, a centinaia di migliaia di chilometri da qui, per dirmi che Lucky mi vuole lontano.
“Digli che ha fatto male i suoi conti”, rispondo con un ghigno francamente ammaliante, che ho visto fare una volta al vecchio Bogart. “E che Johnny Poltrona non se ne andrà fino a che non avrà sradicato il cartello dalla sua sporchissima vetrina”. Mi giro, facendo scorrere in anteprima sul mio personale schermo mentale un’uscita in grande stile ma infilo il piede in un maledetto secchio abbandonato per terra e me ne vado dissimulando nonchalance con il passo di uno squallido Pietro Gambadilegno.
CONTINUA –
Durante la notte, fissando le pale del ventilatore in azione sul soffitto della mia stanza d’albergo, prima di essere preso dalla nausea, ho avuto un’illuminazione. Se Al Cianchetta non mi aveva voluto dare lo straccio di una soffiata, forse il suo vecchio rivale di un tempo, Don Vito Rasiccio, avrebbe fatto il contrario.
Quindi, vado a cercarlo al solito bar e lo trovo lì, dove ha sempre ricevuto la gente che negli anni d’oro del contrabbando della carne di pecora gli chiedeva consigli e favori, baciandogli le mani ossute. Legge un libro e non mi considera, esattamente come Al.
Lo copro con la mia dilagante ombra e gli dico, bluffando, “Buongiorno, Vito. Al ha cantato la sua strofa. Ora tocca a te decidere se prendere la nota e lanciare il ritornello”.
Con lentezza, lui si toglie gli occhiali, mi guarda e mi fa “Sai cosa mi piace dei libri?”
Come uno di quei tizi che hanno visto già il film almeno tre volte, rispondo “Che non ti guardano a meno che tu non li guardi?”
“No”, dice lui. “Che, quando giri pagina, cambiano le parole. Tu invece sei un disco rotto, Johnny”.
Devo dire che ci rimango male.
“Tieni, bagnati le labbra”, continua, “magari ti aiuta”.
“Immagino sia genziana”.
“Immagini bene. È L·AB, Liquoreria Abruzzese, e le radici di genziana macerano lentamente nel vino per almeno 40 giorni. Sai qual è l’ingrediente segreto?”
Con una certa stanchezza, dico “La genziana”.
“Il tempo, Johnny. Tu ce l’hai, il tempo?”. Si risistema gli occhiali e non mi dice più una parola. 
Mi alzo con le classiche pive nel sacco e faccio per andarmene. Da un angolo, un tizio con una camicia a fiori e gli occhiali a specchio mi lancia un fischio. Come ho detto, sono ancora un uomo con un certo fascino ma, come dire, quello non è il mio genere, quindi tiro dritto. Lui insiste. A quel punto, mi dirigo all’angolo e gli dico “Bello, mi dispiace, questo corpo è per mani più curate”.
Il tizio dice “Non capisco di che parli ma ho sentito che volevi far cantare il vecchio e la cosa non ti è riuscita”.
“Ti sto ascoltando”.
Mi infila un foglio in tasca e mi fa “Qui c’è qualcuno che conosce tutto il repertorio”.
CONTINUA – 
Sto per andare verso la pista indicatami dal tizio ambiguo nell’angolo, quando mi giunge voce che il vecchio René, il mio spacciatore di sigari del Nicaragua, è in città e sta trafficando in un locale poco lontano dal mio albergo. So che non mi fa proprio onore ma un uomo, senza qualche vizio, non è un uomo. Così almeno la vedo io. E come la vedo io è l’unico modo di vederla che mi sconfinfera. Inoltre, la situazione sigari è complicata, in questo posto, e in qualche maniera devo pur fare, visto che mi negano anche il bourbon.
Lo vedo subito René, seduto al bancone con negli occhi una fila di pensieri che mi verrebbe voglia di buttarli giù come tessere del domino. Ha un’aria strana.
Mi avvicino e noto immediatamente che stringe in pugno un bicchiere e davanti a sé ha una bottiglia. Di genziana, ovviamente.
Con un po’ di cautela, lo saluto. Lui non risponde.
“René. Come te la passi, René?”
Nessuna risposta. Ha le pupille incastrate nel vuoto.
“René, ti vedo pensieroso. Ciononostante, non vorrei sembrarti scortese ma qui il vecchio rotolo di foglie scarseggia”. Mi avvicino e gli chiedo piano “Come stiamo messi a sigari?”
Lui non si sposta di un millimetro. Apre leggermente la bocca ed emette un filo di fiato “Niente più sigari”.
Deglutisco. “Come, scusa?”
“Niente più sigari”.
“Non credo di aver capito”.
“Niente più sigari”.
Il cuore mi si ferma. Ma il peggio deve ancora venire.
“Niente più sigari. Solo genziana”.
Mi alzo di scatto, perché – nonostante la stazza – sono ancora un discreto ghepardo, e digrigno i denti come un felino leggermente sovrappeso. “Che ti hanno fatto, René?”
“Solo genziana”.
“Cos’è quella roba nel bicchiere, René”, gli chiedo, con le lacrime agli occhi.
“Genziana del brigante”, sussurra ancora. “A base di vino bianco, realizzata attraverso un processo artigianale al cento per cento, nessun tipo di aroma, le radici vengono lavate e spazzolate a mano, poi rimangono in infusione per 40 giorni. Come da tradizione. È….”
“Ti hanno fatto il lavaggio del cervello, René”, urlo.
“…buonissima…”
Non posso più vederlo in quello stato. Andandomene, gli dico “Ti vendicherò René. Distruggerò questo cartello. Per te. Per me. Per i sigari. E per il bourbon”.
“Niente più sigari”.
CONTINUA –
Appena entro, vedo una fila di bottiglie ma rinuncio subito a chiedere il mio bourbon d’ordinanza, tanto ormai so bene che dentro c’è immancabilmente genziana. Maledetto cartello… Sul biglietto che il tizio mi ha infilato in tasca c’erano scritti un nome, ‘Tony Rosello’, detto Il Secco, e l’indirizzo del luogo in cui il suddetto Secco è solito scaldarsi le corde vocali a botte di genziana. “Gli piace cantare”, mi ha detto il tizio. Poi, prima che me ne andassi, mi ha stretto il braccio e ha ribadito “Gli piace MOLTO cantare”.
Individuare Tony è un gioco da ragazzi. Ha l’orologio d’oro di chi fa la grana a forza di note parecchio pesanti e quell’abbigliamento un po’ eccentrico tipico di chi vive su quello che sa. Mi faccio avanti e gli dico “Ehilà, Tony”.
Mi guarda con la coda dell’occhio e trangugia il contenuto del bicchiere.
“Te ne andrebbe un altro?”
Senza alzare lo sguardo, mi dice “Perché no”.
Con un gesto sciolto dei miei, indico al barista di versare.
“Che ti stai bevendo, Tony?”, gli chiedo.
“Maia. Radix. Gusto leggero e amabile”.
“Scommetto che è tutta roba naturale”.
“È come la faceva mio nonno”.
“E bravo il nonno… Allora, Tony. Mi dicono che ti piace cantare”.
A quelle parole, il volto di Tony si illumina. “Cosa vuoi sentire?”
“Lo sai, Tony. Quella canzone”, e stringo il mio letale occhio di bue, quello che ti illumina e ti stende.
Senza che io possa dire altro, Tony salta sul bancone e le luci si spengono. Nel buio, scintillano solo delle lucciole artificiali multicolore e dallo stereo parte la base di ‘Se non avessi più te’, testo di Franco Migliacci, musica di Bruno Zambrini e Luis Bacalov. E comincia a cantare. Un vecchio, in fondo al locale, si mette a piangere e sua moglie batte le mani. “È bravissimo”.
Il barista si avvicina con espressione truce e mi sussurra nell’orecchio “Che cosa hai fatto? Ora canterà fino a domani”.
“Ma io…”
“Tony detiene il record mondiale di tentativi falliti di entrare a un talent show. Una volta è venuta a intervistarlo anche la televisione olandese”.
Riporto gli occhi su Tony Rosello, detto Il Secco, re degli urlatori e dei neo-melodici del circondario, promessa mai mantenuta di qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica, maniaco ossessivo compulsivo del pentagramma. Lo guardo roteare il braccio nell’aria e afferrare un microfono che non mi spiego da dove sia saltato fuori. Lo guardo e penso che, nonostante tutto, ha davvero una bella voce. Anche se non è il cantante che serve a me.
Mentre mi godo lo spettacolo, qualcuno mi tira il bordo dei pantaloni. Abbasso gli occhi. È un bambino in divisa da lupetto, coi pantaloni corti e la camicia azzurra. Un boyscout, insomma.
“Scusi, signore grasso. Lei è Johnny Poltrona?”
Resistendo all’impulso di abbatterlo come un birillo, faccio sì con la testa.
“Lucky Genziano vorrebbe vederla”.
CONTINUA –
Alla fine, i conti tornano, a quanto pare. Il duro lavoro paga. Evidentemente, Lucky Genziano sentiva sul collo il mio fiato fin troppo fresco, senza sigari e bourbon, e ha deciso di trattare. Questo maledetto boyscout che continua a chiamarmi ciccione con un candore francamente irritante mi ha preso per mano e mi ha trascinato fino a questo posto bianco come i denti dei tizi della pubblicità del dentifricio ai licheni artici. Mi ha lasciato qui, poi si è portato due dita alla fronte in segno di saluto, mi ha detto “Ciao, signore grasso” e se ne è andato. Mastico amaro ma, per l’ennesima volta, entro e mi trovo di fronte a una teoria di bottiglie dall’etichetta ingannevole. Sotto gli scaffali, un uomo mi fissa, con uno sguardo che oserei definire compassionevole.
“Lucky Genziano, suppongo”.
“Supponi bene, Johnny”.
“E suppongo anche che tutte quelle bottiglie…”
“…sono piene di genziana. Sì”.
“Sono bravo a supporre”.
“Se la cosa ti fa piacere…”
Con la coda dell’occhio, faccio il giro della stanza e cerco di capire se c’è qualcuno pronto a farmi la pelle ma lui mi legge nel pensiero e mi rassicura.”Non c’è nessuno Johnny. Siamo soli. Tu, io e le tue fissazioni su questo cartello”.
Quell’atteggiamento mi fa saltare i nervi. “Il cartello, Lucky! Dimmi tutto sul cartello”.
Lui sorride. “Johnny…”
“Sì”, ansimo io.
“Ma che minchia dici? Non esiste il cartello. Vuoi sapere perché non ci sono…”
“…né whisky, né altri amari, né un dito di Martini? Beh, sì”, agito la testa in stile Bronx, “sì, vorrei proprio saperlo”.
Lui sospira. “Perché ci piace la genziana. Prendi questa, Infusi dall’Eremo, per esempio. Si ispira alla tradizione del monachesimo abruzzese. Negli eremi c’erano le erboristerie e le erboristerie preparavano cose che facevano bene alla gente. Come questa genziana, ottenuta dall’infusione in vino Trebbiano d’Abruzzo delle radici della Ghentiana Lutea, che oltretutto assicura una pronta digestione contro i disturbi causati da eccessi alimentari. Forse ne avresti bisogno anche tu…”
Non rispondo perché so che ha ragione.
“Insomma, è buona e fa anche bene. Ma di che altro abbiamo bisogno?”
“Ah sì?”, mi rianimo. “E allora perché Rocco mi ha mandato dalla tua pupa?”
“Perché non la sopporta dai tempi delle elementari, quando non gli passava i compiti in classe, e visto che tu eri particolarmente seccante, ha pensato di usarti per rompere le palle a lei”.
“E perché l’hai fatta fuori?”
“Ma chi?”
“La tua pupa. La compagna di classe di Rocco”.
“Te ne sei andato troppo presto. La ragazza ha piccoli problemi di catalessi. Ora sta benone”.
“E il fiore in bocca?”
“Aveva mangiato troppo e ha preso alla lettera la questione delle proprietà digestive della genziana, strafogandosi di fiori. Gliene sarà rimasto uno incastrato tra i denti”.
Esausto, gli faccio l’ultima domanda. “E questo cartello della genziana?”
“Johnny, non sai cosa si inventa la gente, al giorno d’oggi. Sarà stato il call center di qualche industria. Tra qualche giorno, ti richiameranno per dirti che hai vinto un frullatore”.
Rimango in silenzio.
“Alla salute, Johnny. E rilassati con questo”, mi dice, facendomi scivolare un pacco di sigari fino alla mano.

CONTINUA –
Insomma, mi sono fatto il sangue amaro per un cartello della genziana che, a quanto pare, non esisteva, e mi sono lasciato trascinare in questa storia senza capo né coda, affollata di pugili vendicativi, ragazze catalettiche, vecchi boss in pensione, trafficanti di sigari depressi, cantanti mancati e tipe tostissime, rimediando anche un bernoccolo grosso come la Majella.
Ho pensato alla Majella perché quella squinzia col tatuaggio sul braccio che mi sorride con una certa insistenza sta bevendo una cosa che sembra chiamarsi – mi sono infilato gli occhiali per vedere meglio – Genziana Belvedere (e ti pareva) al Fieno della Majella.
Come ho detto, ho ancora un certo fascino e poca resistenza alle tentazioni. Quindi, spezzo il sigaro, lo inumidisco e mi avvicino alla signorina di cui sopra.
“Visto che in questo posto non sapete fare altro, raccontami un po’ di questa genziana”.
Lei continua a sorridere e mi dice che se mi avvicino alla bottiglia, posso leggere anche da me. E in effetti, sull’etichetta, c’è scritto che il liquore è ottenuto con metodo di doppia infusione a freddo e che la genziana viene messa a macerare per 30 giorni nel fieno d’alta quota. Della Majella, per l’appunto.
Raddrizzo la schiena e le dico che sono Johnny Poltrona, investigatore privato, da oggi specializzato nella non risoluzione di casi inesistenti.
“Carina, questa”, dice lei, continuando a sorridere.
La guardo e la colpisco con la mia rivisitazione del vecchio Humphrey. “Potrebbe essere l’inizio di una tenera amicizia”.
Con quel sorriso da cartolina stampato sulle labbra, mi risponde “Non credo proprio”.
FINE